La festa di Don Bosco, quest’anno, non è stata solo una celebrazione. È stata un momento di confronto vero, di quelli che ti costringono a fermarti un attimo e a chiederti dove stiamo andando come comunità.

Prima della Messa, Battista ci ha parlato con sincerità, condividendo un pensiero che non voleva convincere nessuno, ma provocare tutti. Un invito a guardarci dentro e a ripartire, ci ha messi davanti a una domanda semplice, ma impegnativa: che comunità vogliamo essere? Ci ha ricordato che Don Bosco non appartiene a un settore, a un gruppo o a un’attività specifica. Il suo sogno educativo è più grande: riguarda l’intera comunità parrocchiale.
E qui nasce la prima domanda scomoda: ci sentiamo davvero parte di una comunità che educa?
O viviamo ognuno nel proprio “angolo”, pensando che il resto non ci riguardi?

La preghiera che Don Bosco ripeteva spesso : “Fa’ che i giovani vivano una vita bella, gioiosa e onesta; togli da me tutto ciò che non serve a realizzare questo sogno”, non è poesia, è un programma di vita e ci chiede di domandarci cosa, dentro di noi, va lasciato andare per poter davvero accompagnare i ragazzi.

Battista ha richiamato il sistema preventivo di Don Bosco: un’educazione che nasce dalla presenza, dalla fiducia, dall’amore concreto.
Ma la domanda vera è: noi ci siamo davvero?
Essere presenti non significa solo “esserci fisicamente”.
Significa ascoltare, osservare, accompagnare, testimoniare, significa essere adulti credibili, non perfetti ma autentici. E qui la riflessione diventa personale: quante volte chiediamo ai ragazzi ciò che noi per primi non viviamo?

La parabola del seminatore è tornata più volte nelle parole di Battista.
E la domanda che ci ha lasciato è stata diretta:
“Nella nostra parrocchia si semina ancora la Parola di Gesù?” La risposta non può essere superficiale.
Non basta avere attività, spazi, iniziative.
La semina è un’altra cosa: è mettere dentro ciò che conta, con pazienza e fiducia. E allora la domanda si allarga: che cosa stiamo seminando nei nostri ragazzi? E soprattutto: chi sta seminando

Battista ha detto una verità che spesso evitiamo: la crisi non è della pratica religiosa, è della fede.
E questo ci interpella come adulti, come genitori, come educatori. Quanto spazio ha Gesù nella nostra settimana?
Quanto lo conosciamo davvero?
Quanto lo cerchiamo?
Quanto lo testimoniamo?
Non è un rimprovero ē un invito a non vivere la fede come un’abitudine, ma come una relazione che va nutrita.

La nostra parrocchia è ricca di vita: catechismo, sport, oratorio, gruppi, attività.
Ma Battista ci ha ricordato che non basta avere strutture e programmi.
Servono persone, servono adulti che si mettano in gioco, servono famiglie che non deleghino tutto, servono giovani che non si tirino indietro.
E qui la domanda diventa personale:
io, cosa posso fare?
Non “cosa dovrebbero fare gli altri”.

Battista ha ringraziato chi già si impegna, spesso nel silenzio, ma ha anche lanciato un appello: servono nuove presenze, nuove energie, nuovi cuori disponibili, non per riempire buchi, ma per dare ai ragazzi ciò che meritano: adulti che credono davvero nel loro valore.
La festa si è conclusa con la Messa e un momento di gioia, ma il messaggio che ci portiamo a casa è molto più grande.
Celebrare Don Bosco non significa ricordarlo una volta all’anno, significa scegliere, ogni giorno, di essere parte di una comunità che educa, accompagna, ascolta, testimonia.
Don Bosco diceva che l’educazione è cosa del cuore.
E il cuore, se non lo metti in gioco, resta solo una parola.

“Educare è cosa del cuore”